L’Imam Husayn (as) e il mare fra le dita

L’Imam Husayn (as) e il mare fra le dita

Nella passione di Husayn (A), il Principe dei Martiri, il Maestro della Gioventù del Paradiso, la sete ha un ruolo determinante.

Nella piana deserta di Karbala, nel 680 d.C., 61 dell’Egira, Husayn (A) e i suoi vengono tagliati fuori dall’accesso al fiume ad opera di un nemico feroce e soverchiante per numero. Per tre giorni si consumano una lotta impari e l’agonia della sete, fino al sacrificio finale.

Per una cultura del deserto, il tormento della sete, l’infamia del rifiuto dell’acqua, hanno un senso estremo.

Una variante della storia di Husayn (A), certamente ricavata da una qualche tazieh, il dramma popolare che recita e rivive il cordoglio di Karbala, certamente elementare nella sua costruzione, tuttavia estremamente significativa, racconta che mentre Husayn (A), ormai solo e prossimo a morire, sta sulla soglia della sua tenda, passa un derviscio e gli offre pietosamente da bere. Husayn (A), sorridendo, scuote la testa e mostra al derviscio, fra le dita aperte della mano, un intero mare azzurro. “Credi -dice- che mi manchi un sorso d’acqua?”

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Ben lungi dal liquidare sommariamente questo racconto come un simbolo della tipica  religiosità senza tempo, di gente semplice come taluni cosiddetti “esperti” occidentali pretenderebbero, l’insegnamento storico e spirituale che da esso ci giunge è evidente: Husayn (A) muore senza ribellarsi alla sua sorte, scegliendo di morire quale docile strumento di un disegno Divino preordinato e finalizzato ad un qualcosa di grande.

Il suo sacrificio, del resto, era stato preannunciato da Dio con un preciso riscontro coranico: ci assicurano infatti le tradizioni delle Genti della Casa che quel “sacrificio immenso” (37, 107) che Iddio volle sostituire ad Ismaele (A) che stava per essere immolato da Abramo (A), altri non è che l’Imam Husayn (A). Nulla di casuale, dunque: è il sacrificio per eccellenza, incommensurabile, fulgida manifestazione della Misericordia Divina che spazza via le vili trame degli alleati di Satana.

A Karbala, in effetti, si scontrarono due progetti: nel primo, l’empietà umana, simboleggiata dalla perversa persona di Yazid, diede corso al tentativo assurdo di capovolgere definitivamente la natura delle cose: spegnere lo Splendore della Gloria Divina che s’era manifestata nell’Islam, nel suo Profeta (S), nei suoi Imam (A) e in tutti i credenti in qualche misura compartecipi. “Vorrebbero spegnere la luce di Allah con le loro bocche … “ (9,32)

Nel secondo progetto, invece, Iddio l’Altissimo decretò che tale Splendore durasse in eterno. “… ma Iddio non intende che perfezionare la Sua Luce, anche se ciò dispiace ai miscredenti.” (9, 32)

Le vicende di Husayn (A) a Karbala, infatti, quanto più furono gravi, tremende, persino infamanti per l’Imam e la sua gente, tanto più fanno risaltare, per contrasto, il fulgore di quella luce che si tentò, allora come oggi, di offuscare.

L’orrore suscitato da quell’immane tragedia, i fatti che precedettero e seguirono l’uccisione dell’Imam, il quasi completo annientamento della discendenza del Profeta, l’usurpazione, le fellonie, le crudeltà, l’oltraggio ed il ludibrio non risparmiato ai superstiti ed al corpo stesso di Husayn (A) dai soldati del beone Yazid, non fanno che dare maggior lustro alla gloria dei martiri ed esaltare ancor più la purezza luminosa e perenne dell’Islam, a dispetto di tutti gli assalti interni ed esterni, di tutti i tradimenti, le prevaricazioni, le distorsioni, ed innanzitutto, delle umane debolezze e dei peccati degli stessi credenti.

Se Husayn (A) fosse stato un leader politico, al pari di coloro che illegittimamente guidarono l’Islam nei secoli che seguirono,  egli certo si sarebbe adoperato per evitare la morte. Un leader politico, infatti, vive ed opera in questo mondo e per questo mondo. Un leader politico avrebbe scelto di calare la testa e giurare fedeltà a Yazid, in attesa di un futuro riscatto. Ma Husayn (A) non era un politico e viveva per ben altro. Egli era un Imam, nipote del Profeta (S), figlio di Fatima la splendente (A), figlio di Imam, fratello di Imam, padre di Imam, ed il suo Imamato era stato stabilito da Iddio stesso. Egli, poi, non operava per questo mondo. Nel celebre discorso al popolo di Mina, l’Imam disse: “O Dio, Tu sai che quanto abbiamo fatto non è stato fatto per brama di potere o per la ricerca di cose effimere, ma per restaurare le pietre miliari della Tua Religione…”.

Non erano personali né mondani, dunque, i suoi scopi, ma meramente metafisici. Egli doveva mostrare la Luce di Allah, quella Luce che i nemici suoi e di Allah volevano spegnere. Egli doveva mostrare la luce dell’Islam ai suoi contemporanei e a tutti noi, perché mai si perdesse di vista cosa fosse davvero l’Islam, perché mai la Umma restasse senza la vera Direzione, senza una vera Guida.

Senza il suo sacrificio, tanto volontario nella situazione contingente, quanto ineludibile nella prospettiva metastorica e spirituale, forse noi musulmani di oggi non saremmo neanche tali e, se pur lo fossimo, chissà in qual maniera lo saremmo. Di certo il nostro Islam non sarebbe quello puro, vero e incontaminato che Dio volle rivelare al Suo Santo e Benedetto Profeta (S).

Karbala è dunque un luogo benedetto: terra della vittoria di Dio sull’empietà, terra della prosternazione, della sottomissione, dell’annichilimento al cospetto di Dio, terra in cui l’Islam, infine, da sottomissione e rinunzia, diviene pienezza e perfezione.

Le tradizioni narrano della funzione e del rango particolare di Karbala: luogo benedetto da Dio nella perennità del tempo, e fonte, per Sua Volontà, di benedizione per un’umanità errante e sofferente; luogo ove l’empietà, nei suoi innumerevoli tentativi, anche recenti, di snaturare e profanare, non otterrà altro che far risaltare ancor di più la luce di Husayn (A), luce che procede dall’Altissimo, luce della Sua Benedizione e della Sua Misericordia, luce dell’Islam.

Ashurà, tempo del pianto, del lamento e del lutto, è anche il tempo della purificazione al cospetto di Dio, tempo della Sua Grazia, per chi sappia conformarsi alla guida e all’esempio dell’Imam. Se la terra di Karbala è il simbolo di quella terra che noi siamo ed in cui dobbiamo riconoscerci per estinguerci in Dio, Ashurà, con il suo corollario di dolore, umiliazione e morte, è il simbolo di quell’annientamento necessario per raggiungere la nostra pienezza e perfezione.

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Il mare fra le dita di Husayn (A) ci induce a indirizzare la nostra disperazione, rinnovata dalle commemorazioni di Ashurà, non tanto sulla sorte dell’Imam e di quelli che ebbero il privilegio di condividerne il sacrificio, sorte che come abbiamo visto è stata preordinata da Dio al fine di far risplendere la Sua Luce, quanto piuttosto sugli orrori e sulle tragiche conseguenze dell’ipocrisia, della tiepidezza e dell’ignavia di quanti lo tradirono per convenienza e timore, e che al pari degli empi e dei carnefici, sono e verranno rigettati dal cospetto Divino e sprofondati nell’abisso.

Dell’Imam Husayn (A), infatti, venne fatto strazio non già dalla miscredenza nella sua forma palese e dichiarata, ma dalla malcelata empietà degli ipocriti, dei falsi credenti. Ancora oggi i nemici degli Imam, coloro che si ostinano a negare e a passare sotto silenzio la vicenda di Ashurà, facendosi vanto nel contempo del loro amore per la famiglia del Profeta (A), si celano maldestramente sotto il rigore esteriore di chi si attacca alla scorza per negare il nocciolo, di chi si appiglia alla lettera per tentare di eluderne lo spirito. Atteggiamento certo banale e maldestro, ma di sicuro impatto emotivo sui più, proprio a motivo del suo semplicismo.

Ma la luminosa vicenda di Husayn (A), servo dell’Altissimo straziato dall’empietà e dell’impostura, raggio della Gloria di Dio dissoltosi nell’eternità della Sua Luce, rifulge in tutta la sua pienezza ad indicarci la via che conduce a Dio, a dispetto di tutti coloro che si illusero e si illudono di poterla nascondere.

Ad Ashurà, alla presenza reale e propiziatrice dell’Imam Husayn (A), “di coloro che sono caduti sulla Via di Dio, non dite che sono morti, perché essi invece sono vivi, ma voi non ve ne avvedete” (2, 154), presenza che consente ai credenti la partecipazione santificante al suo stesso sacrificio rigeneratore, noi, che pur siamo dalla parte dell’Imam, piangiamo in definitiva noi stessi, i nostri falli, le nostre debolezze, le nostre ingiustizie, il nostro continuo tradimento. Ma è per ciò stesso che ci riavviciniamo a Dio, nella luce del suo martire prediletto, attraverso il pianto, l’umiliazione, il dolore, attraverso una purificazione che ha il potere di liberare in noi la scintilla dell’Uomo Universale, il riflesso della Gloria Divina.

Il martirio di Husayn (A) è infatti modello del piccolo e del grande jihad. Esso è la vittoria del credente su sé stesso, sulle sue pulsioni inferiori, nella tensione di uno sforzo che riconduce l’uomo a Dio. Ma allo stesso tempo è prefigurazione della vittoria finale dell’Islam sulla miscredenza. Spesso siamo ingannati dalle apparenze che vedono il male sopraffare il bene, ma il Bene avrà ragione del male, l’Essere dell’illusione, la Verità dell’errore.

Dobbiamo essere coscienti, dunque, che la nostra lotta, orientata verso Dio l’Altissimo, è anche naturalmente orientata verso la vittoria finale della Sua Legge nel nostro stesso mondo. E’ stato questo l’insegnamento dell’Imam Khomeyni: non più solo lutto e pianto per le innocenti vittime dell’empietà, ma lotta per sconfiggere le nostre imperfezioni e i nostri peccati e per il trionfo della giustizia sulla terra, a dispetto di tutti gli orrori di una miscredenza apparentemente vincente.

Ogni nostro piccolo gesto quotidiano deve implicare l’esigenza della perfezione, quale presenza del Divino, presupporre lo sforzo di mettere in pratica un ‘dover essere’. E’ proprio l’attuazione del ‘dover essere’, dell’utopia da realizzare, il tema ricorrente delle ‘sacre rappresentazioni’ di Ashurà.

Ed è in questo ‘dover essere’ che ciascuno di noi, confidando nella Misericordia Divina, potrà far risplendere in sé una scintilla di quella utopia che Dio ha voluto realizzare nella persona del Suo martire prediletto Husayn (A) che noi piangiamo e celebriamo.

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